Lidia Sacchetto, assistente per le analisi dei registri dei tumori, spiega gli effetti dell’incidente nucleare: «In Italia e Europa, l’eccesso di tumori tiroidei è attribuibile più all’aumentata capacità diagnostica che alla nube di Chernobyl»

Le radiazioni di Chernobyl e i tumori in Europa: parla l'esperto

Il terribile incidente della centrale nucleare di Chernobyl trent’anni fa ha scosso il mondo e in particolare l’Europa. È stata grande fin dall’inizio la preoccupazione per le conseguenze sulla salute della popolazione nelle vicinanze dell’impianto, in particolare per i tumori.

La nube di Chernobyl

Soprattutto in Europa Occidentale e nei paesi lambiti, per naturali fenomeni meteorologici, dalla cosiddetta nube di Chernobyl. In realtà si trattava del fallout degli isotopi di Cesio e Iodio che si muovevano nell’atmosfera.

L’incidente di Chernobyl ha influito anche sulla salute del nostro paese. I dati li chiediamo a Lidia Sacchetto, assistente di ricerca per le analisi statistiche dei registri dei tumori per il Registro Tumori Piemonte – CPO (Centro di Prevenzione Oncologica).

Quali sono state le conseguenze sanitarie più gravi causate dall’incidente di Chernobyl?

A trent’anni, un periodo sufficiente per le osservazioni sulla salute, possiamo dire con qualche sollievo che le conseguenze a breve, medio e lungo termine sono state meno gravi delle più pessimistiche aspettative.

In estrema sintesi: nell’immediato si sono verificate patologie quali la Sindrome da Radiazione Acuta (ASR), con alcune decine di decessi negli addetti alla gestione dell’emergenza. Nelle popolazioni vicine all’impianto nel medio termine i tumori sono stati la conseguenza più rilevante.

In misura minore è importante ricordare anche la ricaduta psicologica dell’incidente. Cioè un incremento dei livelli di ansia e uno stato di malessere psicofisico generale che si avverte ancora oggi, e un aumento dei casi di cataratta e di malattie cardiocircolatorie.

Quali tumori?

Fin dal medio termine si è visto un aumento di tumori tiroidei nei bambini e negli adolescenti, con un rischio di ammalarsi maggiore per i soggetti più giovani al momento dell’incidente. Pochi studi analizzano il rischio di ammalarsi negli adulti e i risultati sono spesso contrastanti.

Più controversa e meno rilevante è poi la sussistenza di un incremento di rischio per altri tumori, quali le leucemie e il tumore della mammella.

Per le leucemie uno studio europeo non ha evidenziato un incremento di rischio nei bambini nei cinque anni successivi all’incidente.

Negli adulti si è osservato un leggero incremento del rischio negli addetti alla gestione dell’emergenza sopravvissuti. Ma diversi studi riportano risultati inconsistenti. Per gli altri tipi di tumori (tra i quali anche il tumore della mammella) l’incremento di diagnosi osservate è stato dovuto soprattutto ad un’aumentata attenzione diagnostica e di prevenzione.

Le generazioni nate successivamente ne hanno portato le conseguenze? Se sì quali?

Fortunatamente vi sono limitate evidenze scientifiche di un’associazione tra esposizione alle radiazioni in fase prenatale e aumento del rischio di tumore tiroideo.

Allo stesso modo non sono state osservate associazioni tra esposizione in utero e aumento di leucemie.

Questo vale anche per l’Italia? Come e quanto?

A distanza geografica dal luogo dell’incidente, in Europa Occidentale e in particolare in Italia, l’eccesso di tumori tiroidei sembra più ragionevolmente attribuibile all’aumentata attenzione e capacità diagnostica che alla nube di Chernobyl.

Oggi, da noi, abbiamo casi nuovi di tumori causati da Cernobyl?

L’Italia, come la maggior parte degli altri Stati Europei, ha un’ampia copertura di registri tumori. Riguarda circa il 50% della popolazione residente. Tale copertura si estende anche al Pinerolese. È importante notare che i tumori la cui incidenza può essere stata in qualche modo influenzata dal disastro nella centrale ucraina sono tumori non molto frequenti. Per cui l’incremento del rischio è comunque modesto.

Focalizzando l’attenzione sul livello territoriale locale si riduce perciò drasticamente la probabilità di osservare gli eventuali effetti di aumento di rischio (poiché molto piccolo).

Infine, poiché abbiamo parlato di tiroide, non dobbiamo dimenticare che in passato le nostre aree alpine hanno avuto esperienza di importanti patologie tiroidee (quali il gozzo) legate a fattori alimentari. Al giorno d’oggi sono quasi completamente scomparse, grazie al ruolo di prevenzione primaria rappresentato.

CRISTINA MENGHINI