Parla Silvia Mazza, docente di scienze dell’alimentazione: “Il problema non sono tanto i grassi dell’olio di palma, quanto gli effetti per l’ambiente”

olio di palma fa male?
Il frutto dal quale si estrae l’olio di palma

DA QUALCHE TEMPO le campagne pubblicitarie propongono con sempre più insistenza i prodotti che non contengono l’olio di palma. Ma che cosa è questo olio? Perché questa caccia alle streghe? E perché proprio adesso?

Lo abbiamo chiesto a Silvia Mazza, savonese. Laureata in chimica farmaceutica e in farmacia, docente di scienze dell’alimentazione all’Istituto alberghiero Prever di Pinerolo, ci aiuta a capire le insidie che si nascondono dietro questo prodotto.

Che cosa è l’olio di palma?

L’olio di palma si ricava dalla polpa dei frutti della palma africana (Elaesis guineensis). Presenta dopo raffinazione un colore giallo-oro ed è ricco di gliceridi, ovvero quei grassi che possono contenere acidi grassi utili o dannosi per la nostra salute a seconda che siano insaturi o saturi.

L’olio di palma contiene mediamente il 50% di grassi insaturi e 50% di grassi saturi.

Esiste anche l’olio di palmisto che si ottiene dalla lavorazione dei semi del frutto della palma e il suo contenuto in acidi grassi saturi è maggiore di quello dell’olio di palma.

Dove viene usato?

L’olio di palma fonde intorno ai 35-40 °C e quindi è facilmente trasportabile per la commercializzazione. Viene utilizzato nell’industria alimentare per fornire consistenza e sapore a molti prodotti alimentari. Grazie al prezzo competitivo, l’olio di palma raffinato è utilizzato in molti prodotti alimentari. Ad esempio margarine, prodotti dolciari e da forno, gelati e prodotti di confetteria e cioccolateria.

Inoltre è ampiamente utilizzato anche in prodotti non alimentari quali sapone, candele e cosmetici. Fino ad oggi era difficile trovare al supermercato un prodotto che non ne contenesse.

Perché fa male alla salute?

Gli acidi grassi saturi tendono a depositarsi all’interno dei vasi sanguigni. Poi contribuiscono a sviluppare le malattie cosiddette “da civilizzazione” quali danni al sistema cardiocircolatorio, infarti, ictus.  Il problema nasce anche dall’effetto accumulo.

Infatti, anche se questo olio ha una percentuale non così rilevante di grassi saturi, considerando la sua diffusione c’è il rischio che durante la giornata si consumino più prodotti contenenti il “palma”. Se a questi alimenti aggiungiamo quelli della nostra tradizione che naturalmente apportano grassi saturi ad esempio salumi, burro, carni grasse, rischiamo, a fine giornata, di incorrere in una vera e propria over-dose di grassi saturi.

Perché solo adesso si sottolinea “senza olio di palma”?

In Italia i consumatori, sempre più attenti alle notizie che circolano in materia, hanno imparato a conoscere le caratteristiche di questo grasso e le conseguenze per la salute. Così hanno iniziato a boicottare i prodotti con olio di palma orientandosi verso prodotti palm-free.

Questo fatto ha costretto, negli ultimi mesi, le grandi industrie alimentari ad effettuare un’inversione di tendenza. Oggi si trovano sempre più spesso marchi che vantano di non utilizzarlo nelle loro preparazioni.

Quali costi ha?

La palma da olio ha una resa per ettaro maggiore rispetto alle altre colture da olio. Viene coltivata in zone del pianeta dove il costo della manodopera è bassissimo. Questo lo rende un prodotto commercialmente appetibile e dal costo molto competitivo.

Viene prodotto prevalentemente in Indonesia (50%) e Malesia (35%), ma recentemente altre parti del mondo ne hanno aumentato la produzione. Tra i produttori emergenti troviamo il Sudamerica e l’America centrale (2,8 milioni di tonnellate). Seguono la Thailandia (1,6 milioni di tonnellate) e l’Africa occidentale (2,2 milioni di tonnellate).

La produzione mondiale di olio di palma è passata da 15,2 milioni di tonnellate nel 1995 a 56 milioni di tonnellate nel 2013.

È un problema anche per l’ambiente e per i lavoratori?

L’impatto della coltivazione delle palme da olio sulle aree ad elevato valore ambientale rappresenta un problema che deve essere adeguatamente affrontato.

Deforestazione, perdita dell’habitat naturale (che minaccia alcune specie animali come l’orango e la tigre di Sumatra) e maggiori emissioni gassose ad effetto serra sono alcuni dei problemi da risolvere. Infine c’è da sottolineare che l’industria dell’olio di palma ha effetti anche sui lavoratori appartenenti alle comunità indigene.

Da una parte la produzione di olio di palma offre un’opportunità lavorativa ed ha dimostrato di ridurre la povertà, migliorare le infrastrutture ed i servizi sociali. Dall’altra, in alcuni casi le piantagioni di palma da olio sono state sviluppate senza sentire l’opinione degli abitanti di quelle zone, il che ha generato non pochi conflitti di natura sociale.

CRISTINA MENGHINI